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mercoledì 23 ottobre 2013

IVAN MAISTER: INTERVISTA

L'ardore dei 23 anni, la beata gioventù che avanza e si fa fiera di incedere a spron battuto. Tardo adolescenti chiusi in sè stessi, senza ideali, mordente e anaffettivi? Sociologi e psicologi (oltre a vergognarsi della loro caratura professionale), lo vadano a raccontare a Ivan Ambrosi, il quale, con il nome di battaglia di Ivan Maister, arroventa le notti danzanti dell'organizzazione di eventi Insound contrappuntando con la voce nel ruolo di vocalist i djs di turno. Una posizione che parrebbe semplice, ma con «due stronzate» non si comunica nulla e Ivan vuole comunicare. Lo abbiamo raggiunto allo Spazio A4 club di Santhià in una delle tante sontuose nottate griffate Insound. Sono le 4 passate, Ivan è ancora in piena forma nonostante il suo compleanno festeggiato e un paio d'ore di lavoro a supporto degli artisti che si sono esibiti. L'occasione si è rivelata propizia per
parlare ad ampio raggio del mondo della notte, di Vercelli e della morale comune. Quant'è bello interagire con chi va al di di là di apparenze e preconcetti; Ivan è uno di questi.

Come mai hai deciso di intraprendere l'attività di vocalist?
Iniziai ad andare in discoteca a 13-14 anni e mi accorsi ben presto che il ruolo che mi intrigava di più era quello dell'MC e del vocalist. Mi affascinava che la voce di un uomo potesse muovere delle persone, trasmettesse dei messaggi, dicesse quello che pensava. Parlare è molto più diretto di suonare un disco, consente di farti seguire dalla gente. Che ricordi! Andavo in bicicletta al «Vanillas», l'unica discoteca di Vercelli; dopo la chiusura del locale, smisi proprio di andare a ballare, anche perché il «Globo» a Borgo Vercelli era per quelli più grandi. L'innamoramento fu poi con le serate Insound, dove conobbi Doctor Zot e tutto il resto. La curiosità è che, prima di fare il vocalist, non ho mai fatto una serata come cliente.

Quali sono gli ingredienti che consentono alla vostra organizzazione Insound di distinguersi in modo tanto vincente nelle nottate piemontesi?
L'ingrediente fondamentale, che ho notato anche in altre serate a cui sono andato come semplice cliente, è che ci dev'essere amicizia. Da noi tutti sono presi in considerazione, ognuno viene valutato e rispettato per il suo spazio e le sue qualità; altrove c'è un direttore artistico che detta legge e che gli altri seguono come satelliti. Io sono di Hardream ad esempio, Doctor Zot è di Maximum project, ma, anziché esserci competizione, collaboriamo, ci facciamo forza a vicenda e si va pure a cena insieme.

A proposito di Hardream... Raccontami qualcosa di questa organizzazione di eventi.
Tutto è nato nel 2008 con un piccola serata in un locale a Vercelli per far divertire un città che ancora oggi non ha molte opportunità di svago. Siamo noi che creiamo un movimento, trasmettiamo la nostra passione per la musica e un favoriamo un movimento per un genere. La parola «dream» è importante: ci piace pensare di avere un sogno e farlo avverare piano piano, evento dopo evento, coinvolgendo sempre più gente per far capire che ci crediamo davvero in quello che facciamo.

Saprai bene che in circolazione ci sono persone che, al solo pronunciare il vocabolo «vocalist», sono colte da convulsioni. In che modo a tuo parere un bravo vocalist riesce a entrare nel giusto mood della nottata senza invadere? E in che modo concepisci il tuo essere vocalist?
La maggior parte delle persone forse pensano che un vocalist basta che dica due stronzate ed è a posto. In realtà quelle «due stronzate» sono dire la cosa giusta al momento giusto, ti sembra facile questo? E' interagire con un pubblico. Un conto è che qualcuno senta la sua serata registrata, un conto è far partecipare il pubblico in linea diretta e trasmettergli qualcosa. Poi il ruolo del vocalist è concepito male: siamo sempre stati abituati a sentire techno anni fa quando c'era molta cassa e bisognava parlare molto. Adesso i giovani hanno un modello diverso che somiglia agli eventi esteri con migliaia di persone. Io cerco di lavorare come fanno in Olanda in America in modo da parlare in inglese e italiano, offrendo un prodotto che spazia. L'MC, diversamente dal classico vocalist italiano, e io sono un MC, improvvisa e interagisce; intervengo spontaneamente, mi sento tra fratelli e amici che hanno la stessa passione.

Come descriveresti l'hardstyle a un ragazzo che non ha la più pallida idea delle caratteristiche di questo genere?
E' un sound forte a cui non è abituato ma che gli piacerebbe; finché non provi, non puoi giudicare. L'importante è volersi divertire, stare in buona compagnia in un clima informale in cui non ci sono big e primedonne. Te ne accorgi quando vieni da noi e ci conosci, non ci interessa primeggiare ma fare belle esperienze di clubbing.

Ci sono particolari accorgimenti che utilizzi per mantenere sempre la voce all'altezza? Ti è mai capitato di dover salire sul palco senza voce, magari con un po' di laringite o influenza? Cosa si fa in quei casi sfortunati?
E' molto dura in quei casi: ho una voce piuttosto bassa e devo sforzarmi molto per fare un buon lavoro. Quando mi capitano due serate di venerdì e sabato, bisogna cercare di parlare meno, se no diventa molto difficile. Lì devo poi essere un po' meno spontaneo e calcolarmela di più on stage, ma è l'unico modo per non sfigurare.

Se tu fossi un pittore o comunque un artista, con quale immagine o forma rappresenteresti la sensazione che ti anima all'interno quando centinaia di persone ballano mentre tu parli al microfono?
Interessante domanda! Ti rispondo la spirale, che è lo stesso modo con cui rappresento la vita. Molti mi raccontano che vedono l'esistenza come una linea retta, che però inizia e finisce e questo non mi piace. Nella spirale, se tu fai qualcosa, prima o poi ritorna: questo è il modo in cui approccio ogni giornata quando mi sveglio e con cui vedo la gente che balla mentre parlo. Puoi pensare che in quei casi assorbo la loro stupenda energia e nello stesso tempo cerco di trasmettergliela con la voce. E la spirale mi dà anche la dimensione dell'artista: non che adesso io sia arrivato, anche perché credo sia stupido e sbagliato sentirsi perfetto, ma, anche all'inizio quando non riscontravo molto l'apprezzamento degli altri, mi dicevo sempre di non mollare, di crederci. E quello stesso stimolo ce l'ho ancora adesso, continuare in una spirale che ti coinvolge in un movimento.

Quali sono le critiche maggiori che ti senti di fare agli organizzatori di serate in discoteca in generale in Italia; e agli organizzatori di serate hardstyle e hardcore?
Molti iniziano con la passione e finiscono nel voler far soldi; certo le tasse non si pagano con la passione, ma non si può lasciarla perdere e annullarla come fanno alcuni che spengono l'interruttore della vita. Bisogna trasmettere con i pensieri e con le parole; io faccio pubbliche relazioni nonostante lavori nel main stage e vedo che i ragazzi mi seguono perché sono credibile in quanto felice di trasmettere quello che sento dentro. Pensando esclusivamente ai soldi, si fanno le scelte sbagliate: campare non significa vivere, per essere felici ci vuole molto di più!

Quale ritieni sia il limite oltre il quale l'hardstyle non dovrebbe andare per snaturarsi? Quali ambizioni può avere a tuo avviso questo genere in ambito commerciale?
Dovrebbe rimanere sui suoi passi; all'inizio il genere, un po' come l'heavy metal, nasce come nicchia. Adesso a mio avviso lo si sta spingendo verso sonorità troppo house e commerciali; ad esempio Heahunterz, che pure ha fatto una rivoluzione spostando migliaia di persone verso quello che piaceva a lui, ha esagerato nel cambiamento. Guarda invece uno come Tatanka, che rimane sulla sua strada anche a costo di fallire; questa è personalità!

Tu sei di Vercelli. Alcuni sostengono che Novara e Vercelli siano due città e due provincie senza grandi sbocchi per la nightlife e il clubbing. Sei d'accordo? Come valuti in generale il luogo in cui abiti?
Vicino a Vercelli al momento l'unica discoteca è ancora il «Globo»; pensa che sono andato in Comune a chiedere e mi hanno risposto che non esiste un locale che abbia la licenza per fare discoteca. A mio parere questo arriva dalla mentalità della gente: non ci volevo credere, ma pare che in ogni posto ci sia un modo di pensare diverso. Vercelli è un ambiente da «paesanotti», è un «paesone» più che una città capoluogo di provincia. Con Hardream stiamo cercando di portare i vercellesi fuori e abbiamo raggiunto discreti risultati; a Vercelli non vanno per sentire la musica ma per moda, lì oggi è impensabile organizzare qualcosa come a Santhià.

Ritieni che il pubblico medio nelle vostre serate dovrebbe interessarsi di più alla musica in quanto cultura piuttosto che ballare incondizionatamente qualsiasi cosa esca dalle casse?
Ecco la differenza fra Italia e Olanda: lì c'è la cultura della musica, da noi la cultura del calcio. Secondo te quale mi piace di più? Occorre avvicinare le persone ad approfondire la materia e capire che dietro alla creazione delle canzoni e l'organizzazione degli eventi c'è uno studio, un sapere e varie competenze. Il problema di molti italiani poi è che non conoscono bene l'inglese e cantano dicendo versi intonando la melodia. Quindi non comprendono nemmeno il messaggio che magari può avere un testo.

Sei giovane: la tua sensazione, senza scendere troppo in discorsi politico/amministrativi, è che coloro che decidono per noi siano in grado di recepire le vostre esigenze, necessità?
Dovrebbero ricordarsi di più quello che hanno fatto da giovani, invece prevalgono altre scelte e altre mentalità. Un grosso problema poi è questo: ho notato che, quando tu dimostri talento, alcuni se non molti non ti danno la soddisfazione di ammetterlo e valorizzarti. Quasi come se la fossero sudata e anche tu per forza devi fare così; ecco che allora diventiamo il «popolo delle barbe bianche» e alcuni ragazzi si stufano e mollano il colpo. Bisogna essere disposti a far crescere qualcuno: con Hardream ad esempio vogliamo un staff giovane e vivace, lanciare talenti, non pensare mai di essere arrivati. O a Insound: io sono un vocalist «titolare» nel mai stage, ma, se ce ne fosse nella talent un altro bravo, perché non coinvolgerlo e lanciarlo? E' una questione di merito, di aiutare chi è ambizioso e può farcela.