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mercoledì 15 gennaio 2014

FEDOR KESHER: INTERVISTA RAP




Sulla musica rap si alimentano pregiudizi che a molti precludono una vera comprensione del fenomeno. Turpiloquio, machismo, borgate, periferie, attacco al sistema, dress stradaiolo sono solo alcuni degli stilemi di cui brulicano testi delle canzoni e video e che alcuni degli stessi rappers utilizzano per affermarsi in una sorta di narcisistico autocompiacimento. Ma non tutti fanno così, taluni rifuggono le etichette e si incamminano in sentieri più interiori, dove sé e mondo si rincorrono e seducono e la rabbia abbraccia l’autoanalisi di
sentimenti e identità personale. Alcuni, fra cui il torinese Fedor Kesher, dimostrano che il rap non può essere categorizzato in modo univoco, ma che si sostanzia in un caleidoscopio di sapori assai vasto. Pur condividendo alcuni presupposti basilari, ciascun artista compie un’esperienza diversa giacché viva dio ciascuno è unico e irripetibile. Fedor insieme, ai suoi due compagni d’avventura, ama dilungarsi nelle strofe, questo è chiaro: le sue tracce sono torrenziali squarci dell’io in cui grida e sussurri se la giocano senza farsi del male l’uno con l’altro.
Il nostro sovverte qualsivoglia sensazione stereotipata tenendo socchiuso il suo uscio interiore con eloquio misurato, empatia e calma.
Ne è venuta fuori una bella chiacchierata da leggere tutta d’un fiato.

Il vostro ultimo singolo “Estranei” per certi versi mi pare un passo avanti rispetto alla prima parte della vostre produzioni; raccontami il cammino che ha portato questo progetto a tale singolo.
A livello di cura musicale senz’altro è un passo avanti, una persona ha curato il mastering che prima invece era fatto da noi senza però senza capacità professionale pur mettendoci tutta il cuore del mondo. Credo che anche a livello di concept e risultato sia un avanzamento, sono molto soddisfatto per la musica, le parole e l’amalgama. Il primo lavoro “Ereserheart” nacque per caso chiacchierando una sera; l’abbiamo portato a termine in modo molto spontaneo, eravamo tre personalità con background e gusti diversi. E’ il meglio che potessimo dare in quel momento e ne sono ancora orgoglioso. Nel secondo progetto di quattro mesi fa “Casey’s elephant heart” mi sono approcciato a melodie legate alla chitarra, è ancora più amatoriale del primo e dice tanto di me, scritto con voglia e passione. “Parentesi” invece è una vera e propria “parentesi” realizzata in qualche giorno su basi americane già esistenti. E’ stata buttata fuori di getto.

Una traccia si chiama “Torino” e parla della vostra città; i rappers, è risaputo, mantengono un legame molto stretto con il luogo di appartenenza decantandone le contraddizioni con un attaccamento quasi masochistico. In realtà in vari momenti della vostra produzione si parla anche di provincia (“che rallenta”...); in che modo metropoli e provincia influenzano le tue liriche?
La provincia è dove vivo e viviamo, siamo adattati al suo ritmo, alle giornate e al clima tutti i giorni. Allo stesso tempo Torino sta a 30 chilometri e questa canzone nasce dalla voglia di esaltare una città che mi ha sempre fornito grande ispirazione e voglia di scoprirla. Non vivendoci tutti i giorni, ho poi la possibilità di vederla con gli occhi di un turista. Torino è una città ma allo stesso tempo è un contesto piccolo, è più ammassata di altre metropoli, il centro lo giri senza troppi problemi, i luoghi di incontro sono pochi. Penso che ci si possa innamorare fin da subito, invece Milano è più dispersiva anche se ricchissima di stimoli. Ho sempre avuto l’impressione che dove vivo io si faccia i conti con lentezza: la provincia ti permette di avere più tempo per pensare, per auto conoscerti di più. Mentre la frenesia della città lima più questa parte ma è molto affascinante e dà immagini meravigliose come luci riflesse sul Po e la notte di Piazza Vittorio.

Nella vostra canzone “Più di tutto questo”, che probabilmente è la mia preferita, il verso di chiusura dice felicemente “il sorriso dell’artista che completa l’opera”. Ritenete che il rap possa essere annoverato nell’ambito delle arti e in generale qual’è la tua concezione dell’arte?
E’ una domanda impegnativa: la risposta è sì ed è un genere che ha una miriade di sfumature diverse, da aggressivo a danzereccio a romantico e politico. E arriva a chiunque perché non servono grandi conoscenze per apprezzarlo, questa è anche un’arma a doppio taglio. Si può veicolare un messaggio di qualunque genere, si presta un po’ a tutto con la messa in rima. Questa capacità è arte a mio avviso. Arte? Vuol dire tutto e niente. Non mi sono mai chiesto cosa sia: forse è qualcosa in grado di suscitare emozioni. La componente tecnica è fondamentale in ogni campo artistico, ma è più importante la capacità di dare emotività e spessore a chi ti ascolta o guarda.

“Vita diversa”: non solo il titolo di un vostro pezzo ma anche il desiderio di molti italiani in questo frangente storico; ritieni sia pertinente per un giovane emigrare?
In ogni mio testo c’è tanto di me; ho voluto parlare di amici che per studio o lavoro hanno deciso di uscire dall’Italia. I ragazzi oggi si proiettano fuori per sfuggire alle poche opportunità che questa nazione offre; il testo rappresenta un desiderio che fa parte della mia generazione. Molti di noi sono laureati anche con risultati eccellenti ma non concretizzano sogni e talento. Tutto sta a quello che si ha dentro:  se si esce con voglia, non è più una fuga, si abbraccia la vita che si vorrebbe. Altri preferiscono lottare qua per svariati motivi, quello che è giusto lo trovi dentro di te. La canzone non è rabbiosa, non è anti nazionale, ma malinconica e speranzosa nello spezzare una lancia per gli amici che se ne vanno; sei triste perché partono ma c’è la felicità nel trasmettere loro forza per il futuro.

Criticare il nostro paese è diventato oggi una sorta di disciplina olimpica in cui ciascuno pare voler guadagnare la medaglia d’oro; andiamo un po’ controcorrente e dimmi qualche aspetto per cui vale ancora la pena accettare la residenza italiana.
L’Italia a livello di patrimonio artistico è uno dei primi al mondo, per non parlare di cultura in tantissimi settori, guarda il cinema e la sua tradizione di registi apprezzati a dismisura all’estero. E vogliamo parlare del suo paesaggio variegato? E poi la cucina, elemento che ci distingue in tutto il pianeta. Amo il posto in cui vivo, la terra promessa non esiste da nessuna parte e quindi non trovo scandaloso che la gente rimanga qua. Io per primo ho pensato di andarmene, ma l’Italia è il posto in cui sono nato e cresciuto; non sponsorizzo la fuga a tutti i costi.

Sono curioso di sapere come si snoda il tuo processo di composizione; mi è molto piaciuto il tuo verso “arrivare a casa prima per finire la canzone” ad esempio.
Quel verso in particolare ha una storia: era sera, week end di fine agosto, si stava chiacchierando, stavo scrivendo il pezzo e mi girava in testa la melodia, d’impatto mi sono venute in mente delle immagini e sono corso a casa più presto del preventivato per metterle in musica. Per me la composizione arriva di getto: la prima stesura è fondamentale, acerba ma è l’ossatura principale; il giro musicale deve suscitarmi qualcosa e immetto elementi e modifiche nei giorni successivi. Tutto è molto spontaneo e improvviso e capita di scrivere in momenti imprecisati della giornata; se mi mettessi davanti a un foglio bianco, avrei l’ansia da prestazione. L’agendina ce l’ho sempre dietro o mi segno qualcosa sul telefono, il fatto di avere una buona memoria poi aiuta molto. Non lo so come si trovano le rime, ti devo dire la verità; le prime filastrocche in rima le scrissi dodici anni fa, mi viene in automatico. 

L’aspetto video sta diventando parte integrante del vostro progetto; pregevole il video di “Estranei” realizzato da te. Come utilizzerai questa componente nel futuro della band?
Ogni video sarà diretto dal sottoscritto con l’aiuto di amici come Lorenzo, che suona la chitarra e mi dà una mano quando dirigo i cortometraggi; ringrazio anche Alice, un’altra amica che si è occupata della fotografia. Questo dualismo mi permette di soddisfare le mie due grandi passioni e questo è fantastico; offrire una componente visuale al significato del testo mi gratifica molto e il futuro prevede altri video compatibilmente con i mezzi e il tempo a disposizione.

La mia sensazione è che il tuo stile musicale non rimandi tanti al combact rap, quello più da strada, ma a un versante più intimista; la torrenziale vèrve con cui lanci le parole si inerpica in un viaggio interiore in cui il singolo viene a patti con il mondo e la sua interiorità. Sei d’accordo?
Assolutamente: non miro tanto all’autocelebrazione e all’anima da battaglia ma scavo dentro al mio approccio nei confronti del mondo e nelle esperienze di vita. Tutto questo è profondo, intimo e personale. Tra di noi del gruppo dibattiamo qualche volta, mi dicono di allargare il range di attenzione, ma è più forte di me, sono troppo interessato a quello che sento nel cuore. I miei testi sono da leggere in modo sentimentale, affrontano l’amore sotto diverse sfaccettature. Questo è da intendersi davvero ad ampio raggio; non si parla solo di una donna, ma anche di qualcosa di bello che ho dentro o che di bello vedo fuori di me. 

Riconosco ai rappers una peculiare capacità: il muoversi con disinvoltura con i vocaboli e far stare in modo accattivante e credibile i concetti in uno spazio definito. Dì la verità: quanti fra di voi sono bravissimi nella forma ma magari non credono più di tanto nelle teorie che enunciano?
E’ una domanda particolare: non so risponderti bene. Io do molta importanza al contenuto e quasi sempre vado a piegare la forma; c’è invece chi privilegia la forma, sono due scuole di pensiero. In realtà la via mediana è sempre la migliore, bisognerebbe riuscire a fare una sintesi. Alcuni rappers che viaggiano in ambito molto commerciale e che fanno più che altro hip-hop per studenti di medie e liceo fanno scelte diverse; hanno grosse responsabilità e devono poggiarsi su algoritmi musicali precisi e ruffiani. Un po’ come le canzoni di dance anni ’90, che dovevano esaudire dei topos che la gente voleva. A me non piace quello stile commerciale, ma funziona e allora c’è poco da dire. 

Ho notato un sostantivo che ricorre in più di un’occasione nelle tue liriche: ansia. E’casuale?
Non è causale, è qualcosa di intimo e personale e parlo della mia di ansia rispetto all’argomento che si riallaccia alla canzone. 

Ho trovato significativo, oltre che molto ben fatto, il testo del singolo solista di Jake La Furia “Musica commerciale”, il quale con molta rabbia riafferma il suo ruolo di produttore che con le sue rime deve viverci a dispetto dei sedicenti artistucoli che quasi si vantano di non avere successo. Qual è oggi a tuo dire il confine fra mainstream e underground nel rap italiano?
Quel testo è stato scritto da uno che se lo può permettere: Jake La Furia è uno dei più talentuosi rapper italiani, ha fatto anni e anni di gavetta producendo dischi diventati grandi classici. Sono parole forti, un suo punto di vista sulla musica che è il suo lavoro; quando qualcuno emerge, scatta un meccanismo di invidia e l’inevitabile, inutile ed eterna accusa di essere venduto. Io mi limito ad ascoltare le cose che ha fatto, non mi occupo del resto, è un discorso che lascia il tempo che trova; la musica o è bella o è brutta, occorre dar valore alle canzoni e non all’etichetta. La differenza sta nella visibilità, cambiano le sonorità ma io non mi scandalizzo se un disco mainstream strizza l’occhio al pubblico. Gli ascoltatori sono cambiati: i Club dogo hanno avuto la capacità di allargarli e la piega che ha preso il rap in Italia li ha portati su scala nazionale. Ognuno deve fare la musica che piace, concetto semplice, ma è importante essere in pace con se stessi. Le parole di Jake sono lontane dal mio concetto di musica, ma sono d’accordo con lui. Gente come Fabri Fibra, lo stesso Jake, i Gemelli diversi sono incriticabili, sono artisti formatisi nel corso degli anni con il sudore della fronte.

E di uno come J-Ax che ne pensi?
J-Ax mi introdusse al rap negli anni ’90 quando ero poco più che un bambino, grande rispetto anche per lui. Capirai, io mi avvicinai al rap una decina di anni fa proprio con la cassetta di “Così Com’è” degli Articolo 31. Amore a prima vista, mangiavo pane e rap tutti i giorni. Io non lo critico perché indirettamente il suo successo fa bene anche a noi musicisti underground, è sempre stato così anche in altri generi.